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martedì 3 gennaio 2012

CONTRO L'IDEOLOGIA DELLE LIBERALIZZAZIONI

Di Ugo Mattei

Incurante dei referendum, il governo dei professori avanza nella battaglia contro le «lobby» che frenerebbero il libero mercato. Bisogna rompere l'egemonia di una cultura che fa presa anche a sinistra. E dire che non tutto può essere piegato alle esigenze della crescita e della produzione.

Con una mancanza di fantasia e di senso della realtà davvero sconcertante, il governo tecnico dichiara di voler incardinare la fase 2 della sua azione sulle liberalizzazioni. Fra i massimi responsabili della crisi globale e del degrado italiano, ai soliti notai e taxisti romani, si aggiungono così, con Repubblica in prima fila, anche i farmacisti, gli avvocati, gli edicolanti.

Incurante del senso politico del voto referendario che chiedeva di "invertire la rotta" proprio rispetto al trend neoliberale di privatizzazioni e liberalizzazioni, il governo dei professori promette di dare battaglia alle lobby che minano la nostra capacità di "crescere e di competere" sui mercati globali.

Con toni diversi sono intervenuti in questi giorni Massimo Mucchetti sul Corriere e Luigi Zingales sull'Espresso. Il primo avanza dubbi quantitativi (condivisibili) sull'urgenza e l'importanza delle liberalizzazioni nei detti settori, che riguarderebbero poche centinaia di milioni di euro, rispetto alla vera "ciccia" che sta altrove, in particolare nel mercato dell'energia e in quello dei trasporti pubblici dove "ballano" le decine di miliardi (qui per la verità balla pure l'esito formale del referendum contro il decreto Ronchi che non riguardava affatto solo l'acqua: ma di questo dopo Napolitano anche Monti pare volersene fare un baffo). Il secondo, con il solito tono di gratitudine sconfinata per quel sistema universitario americano che lo ha salvato dal precariato accademico, racconta di un'Italia profonda in cui "i notabili" (farmacisti, avvocati, notai e banchieri provinciali) perdono il loro tempo a prendere l'aperitivo al bar (dove non si rilascia lo scontrino) per piazzare i propri figli, invece di "produrre" facendo crescere il Pil e partecipare davvero alla competizione globale.

Purtroppo anche sul nostro giornale Pitagora non era stato troppo distonico (per fortuna ci siamo riscattati con un Robecchi insolitamente amaro): di liberalizzazioni si parla tanto ma poi non si fanno, proprio come se si stesse parlando di roba per sua natura giusta e desiderabile ma che le contingenze del mondo reale (soprattutto del mondo italico) snaturano e corrompono. Mala tempora currunt se questi discorsi si sentono anche a sinistra (e non intendo il Pd che ne è brodo di coltura).

È dunque una vera e propria cultura egemonica, un'ideologia ci dice Mucchetti, quella che va superata. Un'ideologia ben più pervasiva di quella un po' estremista e tutto sommato innocua dei Chicago Boys de' noantri (gli stessi bocconiani al governo sanno che la politica non è una tabula rasa e in qualche modo trattano) che pervade anche chi ben sa (come lo stesso Mucchetti o come Pitagora) che l'economia politica non è un esercizio di astrazione matematica. Per essere intellettualmentre liberi e critici occorre oggi sforzarsi di superare la visione competitiva dell'esistenza, che misura la vita con parametri quantitativi, inducendo senso di colpa in chi non produce o produce meno di quanto potrebbe. Bisognerebbe finalmente rendersi conto che un mondo bello non è una miniera in cui viene premiato il compagno Stakanov ed in cui le menti migliori, come ci dice Zingales, piuttosto che fare i notai fanno gli investment bankers come i più bravi fra i suoi studenti di Chicago. Bisogna che ci si renda finalmente conto che in questo nostro mondo si produce già fin troppo e che il nostro problema non è quello di produrre di più per offrire merci e servizi a costi sempre più bassi, ma di distribuire meglio quanto prodotto, creando tutti insieme un mondo in cui l'esistenza sia per tutti libera, solidale e dignitosa.

Certo che il taxi può costare meno, se i taxisti invece di essere parte di un ceto medio-basso che, lavorando duramente, porta a casa uno stipendio decoroso (certo non altissimo) fossero dei lavoratori a cottimo sfruttati che dormono per strada! Ma io credo sarebbe meglio farlo crescere questo ceto medio, piuttosto che umiliarlo laddove esiste. Certo che un pallone di cuoio, cucito a mano da un bambino a Giacarta, può costare anche molto meno al supermercato... ma che criterio di valutazione sociale è mai quello della soddisfazione del consumatore? E poi, al di là della questione etica, oggi sappiamo bene che i beneficiari storici delle liberalizzazioni sono da sempre i grandi oligopoli. Un oligopolio di grandi compagnie con centinaia di taxisti dipendenti, di grandi studi professionali, di banche e assicurazioni o di grande distribuzione colma gli spazi di mercato che le liberalizzazioni aprono. Sappiamo anche bene che i prezzi diminuiscono (forse) in un primo momento ma poi aumentano a dismisura, così come a dismisura aumentano sfruttamento dei lavoratori, stress e dipendenza degli utenti, proprio come avvenuto con il mercato della telefonia mobile. E allora, investire su una riconversione sociale che mette al centro la qualità e la giusta distribuzione significa apprezzare la pace di spirito che deriva dall'acquistare un immobile sapendo che non verrai truffato dalla banca che ti presta i soldi (a questo serve da noi il controllo notarile ed è una fortuna che giovani e bravi giuristi si avvicinino a quella professione), pagare tasse sufficienti a che un trasporto pubblico a buon prezzo (non liberalizzato) possa raggiungere tutti gli angoli delle città, garantendo mobilità diffusa ecologica e accessibile a tutti; apprezzare il variopinto colore delle edicole nel cuore delle città e la dignità degli edicolanti che vogliamo parte del ceto medio (possibilmente che vendano anche giornali che non resisterebbero alle pressioni del mercato ma che fanno informazione di qualità); godere di dieci minuti di conversazione col farmacista, sapendo che costui ha sufficiente tempo per studiare ed aggiornarsi e non è un povero commesso sfruttato.

Insomma respingere le liberalizzazioni come ideologia significa apprezzare un mondo slow in cui si è contenti che le banche italiane, per incapacità dei loro managers, non si fossero avventurate di più nella competizione globale (anche se non mi piace vedere al governo manager incapaci nel loro campo), o in cui non si è contenti che un governo, fintamente tecnico, sia un migliore esecutore degli ordini odiosi della Bce. Preferisco prendere il taxi sapendo che chi guida ha la pancia piena e non è alla diciottesima ora di lavoro, ma ancora di più preferirei poter prendere un autobus elettrico, guidato da un dipendente pagato il giusto, che mi porta dove devo andare. Quest'ultimo servizio il privato, con la sua logica del profitto, non potrà mai darmelo. Per costruire un mondo migliore non è necessario distruggere quanto funziona di quello che abitiamo. L'ideologia della liberalizzazione non riconosce questa massima di buon senso.

Credo che vada detto una volta per tutte. Non possiamo oggi parlare di liberalizzazioni senza tener conto dell'esito del referendum del giugno scorso in cui gli italiani hanno detto di preferire la logica dei beni comuni rispetto a quella della concorrenza. Inoltre, dobbiamo smettere di ritenere che si possa essere di sinistra auspicando un mondo in cui ogni spazio di vita si piega alle esigenze del mercato, della crescita e della produzione.

Fonte
Il Manifesto 30 dicembre 2011

lunedì 2 gennaio 2012

Il Granello di sabbia n.7 /novembre 2011

Granello Attac Assemblea Nazionale

venerdì 30 dicembre 2011

Acqua pubblica, ma con il trucco

Una proposta con refuso, un progetto del Pd ambiguo. Il groviglio nell’isola dei Gattopardi


di Andrea Palladino

C’è una terra che per prima in Italia ha visto nascere le guerre dell’acqua. Aranceti e fontanieri sono le due icone della Sicilia che affonda le radici dei conflitti attuali in un ottocento non così lontano. Acqua come simbolo del territorio, segno di un potere retto dai Gattopardi e dai Pupari, rappresentanti di quella borghesia che ha reso possibile almeno due secoli di reggenza mafiosa dell’economia dell’isola.
E così il movimento per restituire ai cittadini la gestione delle risorse idriche – sottraendola nel contempo ai giochi dei principi e dei bravi – in terra di Sicilia ha la valenza di una rivoluzione copernicana. Un sommovimento in grado di rompere le gerarchie mafiose – nel senso più ampio e storico della parola – andando a colpire quei nodi dove il potere vero si annida e si riproduce. Ma la terra di Sciascia è dove è nata l’espressione «cambiare tutto per non cambiare nulla». La storia dell’acqua pubblica va raccontata nei dettagli, nido dove normalmente si nasconde il diavolo.
Conviene partire da un’immagine, la fotografia di un palco allestito a Siracusa il 19 novembre scorso. Sindaci, esponenti della sinistra siciliana, qualche rappresentante dei movimenti per l’acqua pubblica, cittadini arrivati da tanti comuni della provincia. La punta avanzata di un movimento emerso nel 2009, che si pone l’obiettivo di togliere la gestione dell’acqua dalle mani dei privati (soprattutto la francese Veolia, che ha in mano la maggioranza delle quote del gestore regionale Sicilacqua). Dopo i primi interventi prende la parola il sindaco di un paesino poco conosciuto, Bivona, che però si è guadagnato sul campo il ruolo di apripista, di simbolo di un movimento nato dalle democrazie locali. Si chiama Giovanni Panepinto, è del Partito democratico. Non perde occasione per parlare delle sue battaglie per la difesa dell’acqua in Sicilia e sul suo sito mostra una barra di status, sotto il titolo «stiamo lottando per l’acqua pubblica». Attività arrivata al 75%. Quasi alla meta.

Le Spa del Pd
La proposta di Giovanni Panepinto è il disegno di legge preso come base nella commissione ambiente nell’Assemblea siciliana, come si legge sui resoconti stenografici. E’ dunque il testo di partenza, l’articolato di riferimento. Nel dossier ripubblicizzazione dell’acqua in discussione in Sicilia ci sono poi altre due proposte, una presentata da 130 comuni – che hanno votato prima localmente il testo – ed una terza presentata dal Forum siciliano dei movimenti acqua pubblica. Un groviglio di articoli, commi, norme, richiami, dove è facile perdere la bussola e dove è più facile che mai cadere nel «cambiare tutto per non cambiare nulla».
Il disegno di legge del sindaco del Pd Panepinto – che ricopre anche la carica di consigliere regionale – è facilmente consultabile sul suo sito. C’è un punto che la contraddistingue, rendendola differente dalle altre due: non vengono eliminate le società per azioni. Dunque i gestori “pubblici” dell’acqua – secondo quanto riportato con chiarezza all’articolo 8 – potranno continuare ad utilizzare forme societarie private, andando contro la proposta che il movimento per l’acqua da sempre promuove: nessuna Spa, solo enti di diritto pubblico. Dietro i consigli di amministrazione si celano quelle zone grigie di contatto tra le grandi società multiutility e le segreterie di partito, che mai vorrebbero lasciare l’affare del secolo ai cittadini. Una spa ha poi il vantaggio di poter essere rapidamente e facilmente ceduta ai privati, con una semplice transazione sulle azioni. E’ questo uno dei nodi centrali dello scontro in atto tra i movimenti per l’acqua pubblica e parte della sinistra, soprattutto dopo i due referendum. Una differenza che si ripropone tout-court in Sicilia.
Una manina maliziosa aveva in realtà inserito questa stessa norma anche nella proposta votata dai sindaci. «Un mero refuso», si disse nel 2010, quando il mantenimento della forma delle società per azioni all’interno del disegno di legge sulla ripubblicizzazione dell’acqua era stato pubblicamente denunciato dal movimento siciliano. Intanto, però, molti consigli comunali avevano votato il progetto sbagliato. Confusione che si infilava in un contesto opaco.

L’ombra sul sindaco
E’ un primo cittadino ingombrante Giovanni Panepinto. Lo scorso febbraio i giornali siciliani pubblicarono un’informativa dei carabinieri di Cammarata del 23 ottobre 2007. «Panepinto Giovanni ha ed ha avuto legami con esponenti di cosa nostra – scrivevano gli investigatori – ai vertici della consorteria mafiosa operante nella bassa Quisquina (zona della provincia di Agrigento, che comprende Bivona e Santo Stefano, ndr). E’ coniugato con Giovanna Raffa, figlia di Raffa Pietro, elemento di spicco della famiglia mafiosa di Alessandria della Rocca. Quest’ultimo era legato a personaggi di spicco di cosa nostra agrigentina », riporta sul suo blog il giornalista siciliano Benny Calasanzio Borsellino. Legami che il sindaco di Bivona, autore della legge sulla “ripubblicizzazione” dell’acqua ha smentito, dopo la pubblicazione del testo dell’informativa. Da allora tutto tace, nessuna conferma su eventuali indagini è arrivata dalla Dda, mentre Panepinto lega la pubblicazione della notizia sui suoi presunti collegamenti con Cosa Nostra ad un attacco alla sua «politica sull’acqua pubblica». Una versione che il palco organizzato il 19 novembre scorso da una parte del movimento siciliano – più legato alla sinistra tradizionale – ha sostanzialmente accolto.

Acqua pubblica, senza Spa
Il Forum siciliano dei movimenti per l’acqua pubblica sa che la battaglia per restituire ai cittadini l’acqua oggi gestita dai privati è lunga e difficile. Buona parte di quei sindaci che due anni fa animarono il movimento siciliano solo un mese fa hanno votato per l’affidamento delle gestioni a società per azioni in house. A capitale pubblico, ma soggetti di fatto privati, senza nessuno spazio per la partecipazione dei cittadini. Una strada contraria e opposta a quella segnata dai referendum del 12 e 13 giugno, basata sostanzialmente su una mediazione che tende a non cambiare nulla. Come ben sanno i Gattopardi. «Appare allora chiaro come sia proprio lo strumento societario a creare maggiori problemi», hanno spiegato i militanti per l’acqua pubblica in un’audizione, chiedendo all’assemblea regionale di eliminare quella norma che salva le Spa. Dettagli, particolari. Armi che bene conoscono i Gattopardi in terra di Sicilia.

Fonte
Il Manifesto 29 dicembre 2011

giovedì 29 dicembre 2011

Una comunità UE per l'acqua

Salvare i cittadini e la res publica dell'Europa dai suoi presunti salvatori, rigettando ogni rito sacrificale. Per una nuova comunità europea dei beni comuni, della giustizia vera, della libertà reale e della democrazia effettiva. L'importanza della rete dei comuni delineata a Napoli.

di Riccardo Petrella

L'Europa degli ultimi trentanni creata dal capitalismo di mercato finanziario globale ha demolito il welfare, ha distrutto il vivere insieme, ha spappolato lo Stato. Non ha senso salvare un sistema monetario fondato su una moneta unica, l'euro, cui hanno aderito solo 17 paesi dei 27 che compongono l'Unione europea. Gli altri dieci paesi che hanno deliberatamente deciso di restare fuori dell'euro ( e non sono tra i "minori": Ungheria, Regno Unito, Polonia, Danimarca, Svezia....) l'hanno fatto non per motivi economici ma perché non volevano, né vogliono ancora oggi, alcuna forma di integrazione politica sovranazionale europea. Questa situazione in sé potrebbe essere recuperabile. Così non è per la stessa ragione per la quale non si deve salvare l'euro attuale. Lungi dall'aver condotto alla creazione di un potere politico pubblico europeo integrato, come assunto e proclamato dai suoi fautori, l'euro ha indebolito strutturalmente tale creazione. Gli stati che hanno dato vita all'euro hanno preferito affidare il potere monetario ad un nuovo organismo esterno all'Ue: la Banca centrale europea (Bce), politicamente indipendente dalle istituzioni europee, Parlamento europeo compreso. La Bce è l'unica banca centrale al mondo cui gli stessi poteri pubblici hanno attribuito formalmente uno statuto di indipendenza politica!
Questo ha creato due situazioni nuove intollerabili. In primo luogo, la politica monetaria è stata tolta ai poteri europei nazionali per cui nessuno Stato membro dell'Ue, né l'Ue nel suo insieme, possiede più il potere di battere moneta se non a titolo puramente formale. Il che significa che non controllano più la massa monetaria messa in circolazione (salvo quando sono obbligati dai mercati in perdizione a creare migliaia di miliardi di dollari o di euro per salvare i soggetti finanziari che hanno creato le crisi, ricapitalizzzando le banche a spese poi di tutti i cittadini), né la velocità della moneta. Altrimenti detto, il potere monetario europeo formalmente rappresentato dalla Bce testimonia della sparizione di ogni carattere democratico del sistema politico istituzionale dell'Ue.
Chi ha il potere di creazione e di controllo della moneta? Con questo interrogativo, veniamo alla seconda situazione. Nell'ingegneria monetaria europea attuale, tale potere non lo ha, de facto, nemmeno la Bce perché essa dichiara esplicitamente che non le appartiene di fissare il costo del capitale, cioé il tasso d'interesse. Essa considera che tocca ai mercati finanziari di determinarlo. Alla Bce sta il compito d'intervenire in reazione ai tassi di interesse fissati dai mercati: aumentandoli (elevando il costo del capitale per raffreddare l'eventuale eccessiva ebollizione dell'economia), abbassandoli (rendendo più attraente la domanda di capitale nel caso di un'economia in stagnazione o infreddolita). Questo spiega perché, in finale, tutti gli Stati ed i poteri pubblici europei, Bce compresa, e tutti i grandi attori politici, compresi i partiti politici anche di sinistra, aspettano sempre più con ansia e serietà di conoscere la reazione dei mercati finanziari, si preooccupano di rassicurare i mercati, di convincere i mercati ed in particolare le società di notazione (i famosi produtttori di rating), di sottomettere la credibilità delle loro scelte al giudizio dei mercati, ecc. Non abbiamo mai visto, in questi ultimi dieci anni, una simile preoccupazione espressa nei confronti del Parlamento europeo. Nessuno si preoccupa di conoscere le sue reazioni, di sapere il suo giudizio. In realtà, in questo campo, contano di più la borsa di Londra o un grande fondo di investimento speculativo come il Kkr o i fondi di Soros o Buffet che il Parlamento europeo dove sono rappresentati, a seguito di elezioni dirette universali, più di 500 milioni di cittadini europei.
In siffatte condizioni, perché dovremmo salvare questo euro e quest'Europa? Non ha senso salvare il sistema capitalista manifestamente allo sbaraglio ed autorizzarlo ad andare ancor più oltre nella sua opera di demolizione integrale delle società europee e del potere politico pubblico europeo e mondiale democratico. Il sistema capitalista «che ha vinto» (come affermavano dopo la caduta dell'Urss), ha desertificato la civitas, devitalizzato le collettività locali rendendole succubi del mercato di capitali privati internazionali, ha mercificato e privatizzato le città. Le banche ed i megacentri commerciali hanno messo «le mani sulla città».
I gruppi sociali oggi al potere che hanno generato le crisi degli ultimi venti anni vogliono salvare l'euro e, dicono, l'Europa. Tutti sappiamo che vogliono principalmente salvare il loro «sistema di potere e di ricchezza». A questo fine chiedono «sacrifici» ai cittadini. Il metodo sacrificale - la guerra ne è una forma estrema, ma la riduzione drastica della spesa pubblica sociale e l'aumento antisociale della disoccupazione non sono forme meno gravi e drammatiche - è sempre stato adottato nel passato dai gruppi dominanti dei regimi ingiusti in crisi. Il rito sacrificale appartiene all'inciviltà.
La storia ci dice che è proprio nei momenti più gravi che la saggezza ed il realismo consistono nel compiere salti di epoca, mutamenti di prospettiva. Ri-inventare la «comunità», dal livello delle collettività locali al livello europeo, creando nuove condizioni e nuove forme di vivere insieme partendo dalla ricostruzione dei beni comuni, fa parte di questi salti epocali e di mutamento di prospettiva. Cominciare sul percorso delineato dal sindaco di Napoli, la rete dei comuni per i beni comuni, insieme ai vari movimenti della società civile impegnati in favore di un'altra società, un'altra città, un'altra Europa, di un'altra acqua, mi sembra non solo possibile, ma essenziale ed urgente. Non è tempo di difendere le proprie proposte ma di far avanzare quelle che permettono di ottenere il salto, i mutamenti necessari.
Che peccato sarebbe se, ancora una volta, quelli che dicono di battersi per il cambiamento restassero divisi, e quindi inefficaci, perché si sono battuti solo per il cambiamento da "loro" proposto o per giocare il ruolo di soggetto politico da loro pensato. Partire dai comuni e dai beni comuni è più che urgente perché, se prendiamo l'esempio dell'acqua, i gruppi sociali dominanti, responsabili della crisi, sono già in situazione molto avanzata nella loro strategia di controllo della gestione della politica europea dell'acqua, polverizzando così ogni ruolo reale partecipato delle collettività locali e dei cittadini.
Sto facendo riferimento a due processi in corso. Il primo è quello della definizione ed approvazione del Bueprint for Europe's waters, il documento politico, sorta di "Libro bianco europeo dell'acqua", in corso di elaborazione da parte della Commissione europea , destinato a diventare la "Bibbia" di base della nuova politica europea dell'acqua per il periodo 2016-2030. Attualmente oggetto di una densa serie di incontri, esami e valutazione da parte dei cosidetti stakeholders ("portatori d'interesse", cioè tutti i settori industriali, commerciali, amministrativi, professionali dell'acqua fra i quali spiccono le centinaia di associazioni di categoria, federazioni di imprese ed organismi professionali del mondo imprenditoriale ed economico). Se il Blueprint dovesse essere approvato nelle grandi linee attuali, la mercificazione e monetizzazione dell'acqua, così come la privatizzazione e l'internazionalizzazione dei mercati dei servizi idrici diventerà un fatto certo anche in Europa.
Il secondo processso, in stretta relazione al primo, è quello messo in opera dall'European Water Partnership (Ewp) l'organizzazione europea della Global Water Partnership, creata dal Consiglio mondiale dell'acqua, fondatore anche del Forum mondiale dell'acqua. Organismi tutti generati dalle grandi imprese multinazionali private dell'acqua con la complicità di tanti governi ed istituzioni pubbliche favorevoli alla privatizzazione del settore. La Ewp ha lanciato alcuni mesi fa la European Water Stewardship (Ews). Come precisato dal titolo, l'intenzione è di creare le condizioni e gli strumenti per giungere nel 2014 (l'anno prima della revisione della Direttiva quadro europea sull'acqua del 2000) alla messa in opera di una gestione (decisione, controllo, valutazione) della politica europea dell'acqua affidata all'insieme degli stakeholders secondo il meccanismo dell'Ews. Attualmente fanno parte dello Steering Committee dell'European Water Sterwardship imprese produttrici di acqua e dei servizi idrici, imprese grandi utilizzzatrici d'acqua come la Coca-Cola, organismi quali il Wwf e, perfino, la Commissione europea ridotta ad uno stakeholders. Se la Ews dovesse concludersi positivamente, addio politica europea, nazionale e locale dell'acqua pubblica, partecipata, giusta (salvo eccezioni).
Vi è quindi grande urgenza di controffensive. Spero che molte città e comuni aderiranno all'iniziativa di Napoli. Un appuntamento importante europeo per avanzare rapidamente avrà luogo il 15 marzo prossimo a Aubagne, una cittadina dei dintorni di Marsiglia che da anni gioca un ruolo stimolatore e innovatore nel campo dei servizi pubbici comuni locali. Si tratta di un forum sui beni comuni organizzato dal Forum delle autorità locali ed altri organismi federativi di comuni e città, in occasione del Forum alternativo mondiale dell'Acqua. Il 15 marzo è prevista, per l'appunto, la discussione di un progetto per una Unione dei cittadini europei. Verso una Comunità europea dell'acqua. Sono centinaia e centinaia in Europa i comuni e le città che stanno tentando di agire e reagire. Lo stesso dicasi delle imprese pubbliche dell'acqua e delle migliaia di comitati di base per i beni comuni. Il terreno è fertile, c'é bisogno di nuovi «agricoltori» e «giardinieri».
Benvenuti.

fonte
Il Manifesto 12 dicembre 2011

sabato 10 dicembre 2011

FACCIAMO RISPETTARE IL REFERENDUM! Assemblea Pubblica.

Alla base di ogni ordine democratico costituito e del suo vivere vi è l’accettazione delle leggi della maggioranza, nel caso del referendum del corpo elettorale. In Italia stiamo assistendo ad un comportamento senza precedenti ovvero si continuano ad applicare norme abr...ogate per via referendaria. Basta aprire un qualunque manuale di diritto costituzionale per leggere che l'unico effetto giuridico certo prodotto dal voto è appunto quello di rendere non più applicabile la norma oggetto del referendum. A dispetto di ciò, sebbene il 12 e 13 giugno la maggioranza del corpo elettorale abbia eliminato la disposizione che stabiliva una «adeguata remunerazione del capitale investito» da garantire ai gestori dei sistemi idrici, questa norma è ancora applicata. Tutti i soggetti politicamente responsabili dovrebbero, dopo il referendum, imporre alle aziende regole di gestione estranee alle logiche del profitto. V'è poi un secondo raggiro compiuto ai danni del referendum. Uno dei due quesiti aveva a oggetto una norma (l'art. 23 bis del decreto Ronchi) relativa alle modalità di affidamento di tutti i servizi pubblici locali di rilevanza economica. Come ha chiarito anche in questo caso la Corte costituzionale, l'abrogazione richiesta ha riguardato una disciplina generale, relativa dunque non solo al servizio idrico. Eppure nella manovra di agosto il governo allora in carica ha reintrodotto la medesima normativa, fatta salva l'acqua; in tal modo violando il divieto di reintroduzione della normativa abrogata.

La volontà popolare è stata violata e il lavoro svolto da migliaia di volontari sparsi in tutta la penisola gettato alle ortiche. Assistiamo increduli all’immobilismo di forze politiche che durante la campagna referendaria hanno ufficialmente sostenuto i quesiti, viene da chiederci se oggi il ruolo della politica sia quello di esercitare le volontà espresse dalle banche e dalle leggi inique del mercato oppure quella generale costituita dal popolo.

Non vogliamo accettare l’idea di vivere in un paese che sprezza la regola basilare su cui si fondano le democrazie moderne. Verso tutte quelle persone, associazioni e soggetti politici e con i quali abbiamo condiviso l’esperienza della campagna Acqua Bene Comune dalla raccolta delle firme alla campagna referendaria, e tutte quelle che hanno a cuore le sorti dell’esito referendario, vorremmo discutere insieme sullo scenario stagnante se non peggiorativo della gestione economica dei servizi idirici in Italia, e rilanciare con determinazione tutte quelle azioni politiche per ripristinare la democrazia attraverso il rispetto dell’esito referendario.
Lo scorso 26 Novembre il popolo dell’acqua ha lanciato la sua prossima campagna. Sarà “obbedienza civile” in tutti i territori per ottenere direttamente tramite l'autoriduzione della bollette ciò che con il referendum tutte e tutti abbiamo deciso : la fine dei profitti sull’acqua, il pagamento delle tariffe così come determinato dal voto del popolo italiano. Contemporaneamente, partirà una mobilitazione diffusa per chiedere ad ogni ente locale di procedere alla ripubblicizzazione del servizio idrico e alla sua gestione partecipativa.
E’ necessario scegliere da che parte stare. Così come è stato fatto a Parigi e Napoli. Perché l’acqua non appartiene a chi la può comprare. E nemmeno ai sindaci. L’acqua è di tutti.

Per questo vi invitiamo all’assemblea pubblica Giovedi 15 dicembre presso le sale dell’Associazione Gratis-via Bonopera 53(davanti la stazione FS) alle ore 21.

Comitato Acqua Bene Comune Senigallia

lunedì 28 novembre 2011

Risposta all'articolo dell'Aato 2 pubblicato il 24/11/2011 dal titolo “Aato 2: l’acqua nella Provincia? Pubblica, buona, ma “sommersa” da una “marea” di sfide“

Prendiamo parola come “Comitato Acqua Bene Comune Senigallia” in risposta all'articolo dell'Aato 2 pubblicato il 24/11/2011 dal titolo “Aato 2: l’acqua nella Provincia? Pubblica, buona, ma “sommersa” da una “marea” di sfide“.

E’ a dir poco stupefacente.
Intanto ci teniamo a sottolineare il mancato invito al Comitato Provinciale “2 Sì per l’acqua bene comune”, alla presentazione della 9° edizione della “relazione sullo stato del Servizio Idrico Integrato nell’ATO n.2 Marche Centro-Ancona, considerato che tra i temi che sono stati affrontati vi erano anche quelli legati agli effetti dei referendum e che più volte abbiamo richiesto incontri con l’Assemblea dei soci AAT0, o una delegazione degli stessi.
E’ poi curioso che l’AATO2 abbia trasmesso l’invito al Forum Nazionale dei Movimenti per l’Acqua e che sollecitato dallo stesso Forum a stabilire i contatti con le proprie realtà territoriali abbia scelto la strada dell’esclusione.
Ma al di là di tutto ciò vale la pena sottolineare alcune questione su due aspetti che, almeno da quanto appare nell’articolo, determinano grandi preoccupazioni: tariffe e investimenti.
Se ne tralascia un terzo, ossia quello della forma di gestione, l’acqua viene definita “pubblica, buona e sufficiente”, ed ancora, secondo l’AATO “il referendum ..ha confermato la gestione in house da parte di Multiservizi”.
La manipolazione è evidente, e su più fronti: si tenta di far passare l’idea che gestione attraverso una SpA e gestione pubblica siano la stessa cosa. Gestione pubblica e affidamento del servizio ad una Società per Azioni, ancorchè a totale capitale pubblico, sono due cose diverse. Una SpA, infatti, nasce, come dice il codice civile “per l’esercizio di una attività economica allo scopo di dividerne gli utili”.
C’è quindi una questione di finalità nello strumento che si sceglie per la gestione del SII, da una parte, la SpA, i profitti, la profittabilità, dall’altra, il pubblico, in nuove forme di democrazia partecipativa, la condivisione, la tutela del bene, l’accesso non discriminatorio per ragioni economiche, la garanzia di un minimo vitale.
Del resto la Corte Costituzionale nel dichiarare ammissibile il 2° referendum dice “si persegue, chiaramente, la finalità di rendere estraneo alle logiche del profitto il governo e la gestione dell’acqua”, e qui c’è la seconda manipolazione perché secondo l’AATO il referendum avrebbe confermato la gestione in house, una gestione, cioè, che ha alla base la divisione degli utili.

Ma il secondo referendum, che ha eliminato dalla tariffa “l’adeguata remunerazione del capitale investito”, in altri termini il profitto garantito, è sotto attacco, accusato delle peggiori nefandezze.
I cittadini si aspetterebbero rispetto per il loro voto, per la loro scelta, si aspetterebbero che i soci dell’AATO, ovvero i loro Sindaci, diano corso alla ridefinizione della tariffa, eliminando la quota riferita alla remunerazione del capitale, ma non è così. Si poteva, e si può tutt’ora, non essere d’accordo con l’abrogazione della norma sulla remunerazione, ma questo non da diritto ad alcuno di non dare applicazione alla volontà del corpo elettorale.
Le argomentazioni, piuttosto bizzarre, utilizzate: “fuga di capitali dal settore” ed ancora “Senza remunerazione potrebbe, infatti, venir meno l’interesse a investire nel servizio idrico” fanno più pensare alla volontà di favorire l’ingresso di soci, ovviamente privati, piuttosto che alla ricerca di soluzioni finalizzate, anche qui, al rispetto di quanto scritto dalla Corte Costituzionale, ossia: che la tariffa assicura “la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio”.
Siccome gli investimenti li decide, almeno formalmente, l’AATO, quello che si presenta è un problema di finanziamento attraverso prestiti e mutui, che comunque trovano una loro garanzia nella tariffa che, appunto, assicura “la copertura integrale…….”
Viene fatto intendere che per effetto del secondo referendum si rischia, per quanto riguarda la depurazione, di “incorrere nelle procedure di infrazione europea e nelle sanzioni civili e penali”. Anche qui sono molte le obiezioni e riguardano le priorità delle scelte di investimento, visto che la data del 2012 per non incorre nelle sanzioni è conosciuta da molti anni, come mai sembra ci si accorga solo ora della questione?, come mai gli utili e gli investimenti attivati in questi anni non sono stati utilizzati allo scopo?
Ma in ogni caso quello che colpisce è la “responsabilità” che della situazione viene data al 2° referendum, e quindi ai cittadini che hanno votato.
Vale la pena ricordare che il voto referendario è del giugno di quest’anno e che l’ammissione dei referendum è del dicembre 2010.
E questo vale anche per l’altro argomento utilizzato ossia la differenza, nel 2010, di 13.963 milioni di euro in meno, tra investimenti pianificati e quelli effettivamente realizzati. Cosa c’entri il 2° referendum non è dato capire.
Quello che è chiaro è che, essendo la quota riferita alla remunerazione del capitale investito inserita nella tariffa a preventivo, ossia all’atto della pianificazione, nel 2011 le tariffe avrebbero dovuto essere ridotte di quella quota, ma ciò non avvenuto.
Sì, è tutto veramente stupefacente!!

Comitato Acqua Bene Comune Senigallia

martedì 1 novembre 2011

Il Granello di sabbia n.6 /ottobre 2011

Mensile di attac italia