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giovedì 29 dicembre 2011

Una comunità UE per l'acqua

Salvare i cittadini e la res publica dell'Europa dai suoi presunti salvatori, rigettando ogni rito sacrificale. Per una nuova comunità europea dei beni comuni, della giustizia vera, della libertà reale e della democrazia effettiva. L'importanza della rete dei comuni delineata a Napoli.

di Riccardo Petrella

L'Europa degli ultimi trentanni creata dal capitalismo di mercato finanziario globale ha demolito il welfare, ha distrutto il vivere insieme, ha spappolato lo Stato. Non ha senso salvare un sistema monetario fondato su una moneta unica, l'euro, cui hanno aderito solo 17 paesi dei 27 che compongono l'Unione europea. Gli altri dieci paesi che hanno deliberatamente deciso di restare fuori dell'euro ( e non sono tra i "minori": Ungheria, Regno Unito, Polonia, Danimarca, Svezia....) l'hanno fatto non per motivi economici ma perché non volevano, né vogliono ancora oggi, alcuna forma di integrazione politica sovranazionale europea. Questa situazione in sé potrebbe essere recuperabile. Così non è per la stessa ragione per la quale non si deve salvare l'euro attuale. Lungi dall'aver condotto alla creazione di un potere politico pubblico europeo integrato, come assunto e proclamato dai suoi fautori, l'euro ha indebolito strutturalmente tale creazione. Gli stati che hanno dato vita all'euro hanno preferito affidare il potere monetario ad un nuovo organismo esterno all'Ue: la Banca centrale europea (Bce), politicamente indipendente dalle istituzioni europee, Parlamento europeo compreso. La Bce è l'unica banca centrale al mondo cui gli stessi poteri pubblici hanno attribuito formalmente uno statuto di indipendenza politica!
Questo ha creato due situazioni nuove intollerabili. In primo luogo, la politica monetaria è stata tolta ai poteri europei nazionali per cui nessuno Stato membro dell'Ue, né l'Ue nel suo insieme, possiede più il potere di battere moneta se non a titolo puramente formale. Il che significa che non controllano più la massa monetaria messa in circolazione (salvo quando sono obbligati dai mercati in perdizione a creare migliaia di miliardi di dollari o di euro per salvare i soggetti finanziari che hanno creato le crisi, ricapitalizzzando le banche a spese poi di tutti i cittadini), né la velocità della moneta. Altrimenti detto, il potere monetario europeo formalmente rappresentato dalla Bce testimonia della sparizione di ogni carattere democratico del sistema politico istituzionale dell'Ue.
Chi ha il potere di creazione e di controllo della moneta? Con questo interrogativo, veniamo alla seconda situazione. Nell'ingegneria monetaria europea attuale, tale potere non lo ha, de facto, nemmeno la Bce perché essa dichiara esplicitamente che non le appartiene di fissare il costo del capitale, cioé il tasso d'interesse. Essa considera che tocca ai mercati finanziari di determinarlo. Alla Bce sta il compito d'intervenire in reazione ai tassi di interesse fissati dai mercati: aumentandoli (elevando il costo del capitale per raffreddare l'eventuale eccessiva ebollizione dell'economia), abbassandoli (rendendo più attraente la domanda di capitale nel caso di un'economia in stagnazione o infreddolita). Questo spiega perché, in finale, tutti gli Stati ed i poteri pubblici europei, Bce compresa, e tutti i grandi attori politici, compresi i partiti politici anche di sinistra, aspettano sempre più con ansia e serietà di conoscere la reazione dei mercati finanziari, si preooccupano di rassicurare i mercati, di convincere i mercati ed in particolare le società di notazione (i famosi produtttori di rating), di sottomettere la credibilità delle loro scelte al giudizio dei mercati, ecc. Non abbiamo mai visto, in questi ultimi dieci anni, una simile preoccupazione espressa nei confronti del Parlamento europeo. Nessuno si preoccupa di conoscere le sue reazioni, di sapere il suo giudizio. In realtà, in questo campo, contano di più la borsa di Londra o un grande fondo di investimento speculativo come il Kkr o i fondi di Soros o Buffet che il Parlamento europeo dove sono rappresentati, a seguito di elezioni dirette universali, più di 500 milioni di cittadini europei.
In siffatte condizioni, perché dovremmo salvare questo euro e quest'Europa? Non ha senso salvare il sistema capitalista manifestamente allo sbaraglio ed autorizzarlo ad andare ancor più oltre nella sua opera di demolizione integrale delle società europee e del potere politico pubblico europeo e mondiale democratico. Il sistema capitalista «che ha vinto» (come affermavano dopo la caduta dell'Urss), ha desertificato la civitas, devitalizzato le collettività locali rendendole succubi del mercato di capitali privati internazionali, ha mercificato e privatizzato le città. Le banche ed i megacentri commerciali hanno messo «le mani sulla città».
I gruppi sociali oggi al potere che hanno generato le crisi degli ultimi venti anni vogliono salvare l'euro e, dicono, l'Europa. Tutti sappiamo che vogliono principalmente salvare il loro «sistema di potere e di ricchezza». A questo fine chiedono «sacrifici» ai cittadini. Il metodo sacrificale - la guerra ne è una forma estrema, ma la riduzione drastica della spesa pubblica sociale e l'aumento antisociale della disoccupazione non sono forme meno gravi e drammatiche - è sempre stato adottato nel passato dai gruppi dominanti dei regimi ingiusti in crisi. Il rito sacrificale appartiene all'inciviltà.
La storia ci dice che è proprio nei momenti più gravi che la saggezza ed il realismo consistono nel compiere salti di epoca, mutamenti di prospettiva. Ri-inventare la «comunità», dal livello delle collettività locali al livello europeo, creando nuove condizioni e nuove forme di vivere insieme partendo dalla ricostruzione dei beni comuni, fa parte di questi salti epocali e di mutamento di prospettiva. Cominciare sul percorso delineato dal sindaco di Napoli, la rete dei comuni per i beni comuni, insieme ai vari movimenti della società civile impegnati in favore di un'altra società, un'altra città, un'altra Europa, di un'altra acqua, mi sembra non solo possibile, ma essenziale ed urgente. Non è tempo di difendere le proprie proposte ma di far avanzare quelle che permettono di ottenere il salto, i mutamenti necessari.
Che peccato sarebbe se, ancora una volta, quelli che dicono di battersi per il cambiamento restassero divisi, e quindi inefficaci, perché si sono battuti solo per il cambiamento da "loro" proposto o per giocare il ruolo di soggetto politico da loro pensato. Partire dai comuni e dai beni comuni è più che urgente perché, se prendiamo l'esempio dell'acqua, i gruppi sociali dominanti, responsabili della crisi, sono già in situazione molto avanzata nella loro strategia di controllo della gestione della politica europea dell'acqua, polverizzando così ogni ruolo reale partecipato delle collettività locali e dei cittadini.
Sto facendo riferimento a due processi in corso. Il primo è quello della definizione ed approvazione del Bueprint for Europe's waters, il documento politico, sorta di "Libro bianco europeo dell'acqua", in corso di elaborazione da parte della Commissione europea , destinato a diventare la "Bibbia" di base della nuova politica europea dell'acqua per il periodo 2016-2030. Attualmente oggetto di una densa serie di incontri, esami e valutazione da parte dei cosidetti stakeholders ("portatori d'interesse", cioè tutti i settori industriali, commerciali, amministrativi, professionali dell'acqua fra i quali spiccono le centinaia di associazioni di categoria, federazioni di imprese ed organismi professionali del mondo imprenditoriale ed economico). Se il Blueprint dovesse essere approvato nelle grandi linee attuali, la mercificazione e monetizzazione dell'acqua, così come la privatizzazione e l'internazionalizzazione dei mercati dei servizi idrici diventerà un fatto certo anche in Europa.
Il secondo processso, in stretta relazione al primo, è quello messo in opera dall'European Water Partnership (Ewp) l'organizzazione europea della Global Water Partnership, creata dal Consiglio mondiale dell'acqua, fondatore anche del Forum mondiale dell'acqua. Organismi tutti generati dalle grandi imprese multinazionali private dell'acqua con la complicità di tanti governi ed istituzioni pubbliche favorevoli alla privatizzazione del settore. La Ewp ha lanciato alcuni mesi fa la European Water Stewardship (Ews). Come precisato dal titolo, l'intenzione è di creare le condizioni e gli strumenti per giungere nel 2014 (l'anno prima della revisione della Direttiva quadro europea sull'acqua del 2000) alla messa in opera di una gestione (decisione, controllo, valutazione) della politica europea dell'acqua affidata all'insieme degli stakeholders secondo il meccanismo dell'Ews. Attualmente fanno parte dello Steering Committee dell'European Water Sterwardship imprese produttrici di acqua e dei servizi idrici, imprese grandi utilizzzatrici d'acqua come la Coca-Cola, organismi quali il Wwf e, perfino, la Commissione europea ridotta ad uno stakeholders. Se la Ews dovesse concludersi positivamente, addio politica europea, nazionale e locale dell'acqua pubblica, partecipata, giusta (salvo eccezioni).
Vi è quindi grande urgenza di controffensive. Spero che molte città e comuni aderiranno all'iniziativa di Napoli. Un appuntamento importante europeo per avanzare rapidamente avrà luogo il 15 marzo prossimo a Aubagne, una cittadina dei dintorni di Marsiglia che da anni gioca un ruolo stimolatore e innovatore nel campo dei servizi pubbici comuni locali. Si tratta di un forum sui beni comuni organizzato dal Forum delle autorità locali ed altri organismi federativi di comuni e città, in occasione del Forum alternativo mondiale dell'Acqua. Il 15 marzo è prevista, per l'appunto, la discussione di un progetto per una Unione dei cittadini europei. Verso una Comunità europea dell'acqua. Sono centinaia e centinaia in Europa i comuni e le città che stanno tentando di agire e reagire. Lo stesso dicasi delle imprese pubbliche dell'acqua e delle migliaia di comitati di base per i beni comuni. Il terreno è fertile, c'é bisogno di nuovi «agricoltori» e «giardinieri».
Benvenuti.

fonte
Il Manifesto 12 dicembre 2011

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